Web Marketing: audio e musica in automatico nei siti Internet. Pratica deprecabile.
Recentemente mi capita sempre più spesso di imbattermi in qualcosa che credevo ormai assodato da tempo essere un errore, anche grave, di progettazione web: l’audio in automatico nelle pagine dei siti internet o nei banner.
Negli anni ’90 e nei primi anni 2000 era relativamente facile imbattersi nel sito internet col sottofondo musicale, oppure nel banner con la frase recitata, ma al pari dei banner nelle cromless o nelle pop-up che occupavano l’intera pagina, i risultati erano spesso disastrosi a livello di statistiche: non era raro che il visitatore occasionale, non riusciendo o non volendo cercare i comandi per disattivare la musica, semplicemente abbandonava la pagina che stava leggendo. Nessun contenuto, per quanto di qualità, giustificava il fastidio di ritrovarsi con una musica non voluta a tutto volume che sovrastava quella che stavate ascoltando o, peggio, nessuno voleva visitare un sito di notte domandandosi se aveva o meno spento le casse e se un banner avrebbe svegliato o meno l’intera famiglia per un gingle idiota, magari anche mal realizzato.
Perché è deprecabile imporre una scelta audio a chi non l’ha richiesta?
Il motivo è palese: il navigatore vuole il controllo. Ogni tentativo di negare il controllo a chi visita un sito internet è foriero di perdita di visitatori. Imporre un brano è una pratica invasiva e la disponibilità di controlli che permettano la regolazione o l’eliminazione della traccia audio è del tutto indifferente, perché comporta di imporre al navigatore che ha cercato la pagina per un testo o un’immagine di compiere un’azione in più.
In somma, vale lo stesso discorso del banner che genera una sovrapposizione dei contenuti: cercare il pulsante “chiudi” (quando c’è); doverlo identificare (spesso è sostituito da una croce o si trova in un punto inusuale), comporta tempo. In quel tempo in realtà l’utente non guarda affatto la pubblicità, ma cerca il modo di eliminarla e di dimenticarla, fosse anche per ripicca. In sostanza non funziona il discorso “Parlatene male, purché ne parliate”. Semplicemente non ne parla nessuno, perché è solo un disturbo, un problema e l’unica cosa che la maggior parte degli utenti cerca è disabilitare tale inconveniente, con buona pace di una campagna di marketing, magari dispendiosa.
L’utente considera il proprio PC e l’uso che ne fa, come una questione puramente domestica e così, come odia i venditori porta a porta e le pubblicità moleste nella cassetta delle lettere, odia anche tutti quei comportamenti che ne limitano la libertà di decisione o che la mascherano con una finta libertà di esclusione.
Comprendere cosa vuole il target dovrebbe essere il primo passo di un successo nel marketing e nel web design: il problema è che gli sviluppatori, sempre più spesso, confondono il target col committente, sintomo di poca professionalità o di informazioni acquisite all’origine errate e mediocri (generalmente a causa di corsi di studio obsoleti).
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Commento (1) — 6 luglio 2011 @ 13:19 — Claudio Lippi

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