Tecniche di marketing on-line: errori di comunicazione

Nella giornata in cui viene finalmente reso pubblico il testo integrale della sentenza di tribunale che condanna tre dirigenti di Google Italia a 6 mesi di reclusione per violazione della privacy, vengo raggiunto per l’ennesima volta in tre anni da un’e-mail molesta che credevo di essermi lasciato definitivamente alle spalle mesi fa: nasce spontaneo chiedersi se chi cerca di trarre profitto dalla rete, ragioni sull’impatto che le proprie azioni hanno sulla propria immagine pubblica.

Non mi dilungo sulla sentenza, rimandandovi invece all’ottimo articolo dell’Avv. Guido Scorza pubblicato sul suo sito e alla lettura delle 111 pagine della sentenza: ve la semplifico nel più rapido dei modi. Per il Giudice i dirigenti italiani erano tenuti a fare in modo che le disposizioni previste dalla normativa sulla privacy di cui alla L. 196/2003 dovessero essere maggiormente visibili e comprensibili agli utenti del sito Google Video, anche se il Giudice non ritiene che questo avrebbe potuto impedire l’atto di caricamento del video e la diffamazione che da esso si è ingenerata. In somma i tre sono stati condannati perché non si sono prodigati a far sapere ad una ragazzina di 12 anni che pubblicare il video con un pestaggio ai danni del compagno disabile era un reato.

Nel processo al Generale Dyer per l’eccidio di Amritsar, nel film che racconta la vita di Gandhi, il Giudice chiede al Generale se contava di aiutare i feriti: il Generale risponde che ovviamente avrebbe aiutato qualsiasi civile che lo avesse richiesto ed il Giudice controbbatte domandando come un bambino indiano di pochi mesi avrebbe potuto farlo.

Con questo non voglio di certo paragonare la faccenda di Google con l’eccidio di manifestanti pacifici in India nel 1919, non scherziamo. Ma l’idea di base che chi prende decisioni dovrebbe sempre tenere a mente è che esse devono essere sempre commisurate alle parti ed ai mezzi.
Se non si comprende questo, non si comprenderà come interaggire con le reti informatiche: dunque posso concordare con l’idea che le liberalità delle reti informatiche non possono essere superiori alle necessità della vita civile; ma se lo Stato, inteso non come ente, ma come consesso civile, vuole interagire con le reti informatiche globalizzate, deve commisurarsi inanzitutto con le reali possibilità di esse.

Credo, ma potrei sbagliarmi, che le motivazioni della sentenza siano derivate dall’impossibilità materiale di chiedere un controllo capillare immediato di tutto il materiale pubblicato su un grande social network moderno: ergo si è ripiegato (non me ne voglia il Giudice Magi) sul far condividere al fornitore del servizio una responsabilità difficilmente riconducibile a lui. Il Giudice infatti, non lo ritiene complice di calunnia, ma inadempiente gestore di dati personali (in questo caso immagini) e negligente tutore della privacy.

Ora veniamo all’e-mail che ho ricevuto stamattina. Non è niente di tanto particolare: 3 o 4 anni fa ricordo di essere entrato in un club romano per una festa e, ovviamente, mi è stata data una tessera in cambio dei miei dati personali, compresa una mia casella di posta elettronica. Il club dopo un po’ ha anche chiuso e per parecchio tempo non c’ho pensato più. Poi sono cominciate ad arrivare le e-mail, ma non dal club in questione, ma da una sorta di servizio on-line che si propone, tramite una newsletter (in realtà un gruppo mailing list) di segnalare feste, locali e spettacoli nella Capitale.

Il servizio non mi interessa e voglio cancellarmi e qui arriva la pratica letteralmente scorretta di chi ha progettatto il servizio di invio della mailing. Parliamo chiaro: se volessi inviare una newsletter potrei tranquillamente adottare il tool di uno dei CMS che impiego per i siti della mia azienda. Il tool mi garentirebbe che chi ha voluto davvero ricevere la newsletter l’ha ricevuta e che se non la vuole più veder arrivare, potrà tranquillamente premere un link per vedersi confermare la cancellazione del servizio.

Nel caso del servizio on-line Domeus.it questo non succede. In calce ad ogni e-mail c’è scritto:

Se non sei interessato ad unirti al gruppo, ignora semplicemente quest’eMail e non ne riceverai altre da parte nostra.

Il testo è poi infarcito di link che prevedono solo la possibilità di dare il consenso. In somma è una newsletter-trappola a senso unico: se premi un link confermi che vuoi questa forma di spam, se non vuoi più essere disturbato non devi fare nulla… peccato che se fai come viene scritto riceverai la stessa richiesta in continuazione con una cadenza quasi bimestrale per anni.

Andando sul sito indicato nella e-mail come l’organizzatore della mailing list ci si ritrova davanti ad una splash page vecchio stile con  un poco visibile moduletto che offre la possibilità di iscriversi e cancellarsi da detta newsletter: inseriamo l’indirizzo e-mail, selezioniamo “cancellati” e premiamo il colorato pulsante “INVIA”. Immancabilmente 6 mesi dopo arriva nuovamente la stessa e-mail.

Torniamo in homepage, ripetiamo l’operazione e poi cerchiamo la pagina dei contatti e ci procuriamo l’indirizzo e-mail di qualcuno a cui spiegarli cortesemente che non ce ne importa un fico secco della sua newsletter: non riceviamo nessuna risposta, ma dopo circa altri 6 mesi rieccoli alla carica e questa volta ci hanno assegnato un nome utente (il nostro indirizzo di posta elettronica) ed una password per accedere a dei servizi aggiuntivi.

Che hanno ottenuto questi signori? Nulla di più che vedersi minacciare una denuncia se non la smettono…

Ecco qui che la domanda torna spontanea: ma ha una valenza commerciale tampinare qualcuno che ha chiaramente dichiarato che non gli interessa quello che offri? Secondo me no.
Serve solo a diffondere in giro la voce che usi tecniche scorrette e vessatorie nei confronti di potenziali utenti/clienti, ottenendo di fatto l’esatto contrario di quanto ti sei proposto.

No, in italiano, non è . Ma questo tanti non lo capiscono: in questo è un po’ colpa della televisione. Esiste il ridicolo mito che il marketing sia capace di spingere le persone a fare quello che non vogliono, ma è falso: le persone accettano solo quella pubblicità o quella pratica commerciale che soddisfa una loro reale esigenza o desiderio. Se sullo scaffale del supermercato trovate solo un detersivo che non vi piace perché non ritente che sia efficace oppure perché il suo odore vi è sgradevole, salvo impellente necessità contingente di farvelo andare bene, cambierete supermercato per comprarne un altro.

Dunque questa storia insegna che: Domeus.it dovrebbe cominciare ad adottare un metodo diverso per permettere ai destinatari di non essere più scocciati ed i curatori romani del servizio di informazioni (di cui per ora mi riservo di fare il nome) di feste e spettacoli dovrebbero capire meglio cosa significa “non mi rompete più le scatole”.

Consiglio per chi vuol fare e-mail marketing: non pensate che possiate davvero costringere qualcuno a ricevere la vostra newsletter. Se a qualcuno non interessa è meglio che voi perdiate quell’indirizzo piuttosto che insisterci sopra, perché quello è un indirizzo sterile, commercialmente parlando.

P.S.: come tutti quelli che scrivono un blog, di solito, faccio qualche ricerca per aggiungere link, immagini e quant’altro. Cercando notizie su Domeus.it trovo un vecchio articolo su Punto Informatico e resto un po’ sconvolto… possibile che un servizio del genere, per quanto gratuito, non offra quelle caratteristiche che garantiscono un minimo di sicurezza in chi spedisce e riceve newsletter e mailing list? Torno nuovamente a pensare che forse un minimo di riprogettazione andrebbe fatta in questo servizio italiano. Peccato perché non sono tanti i servizi nostrani.

Immagine tratta dall’articolo E-mail Marketing: La sottile linea tra e-mail marketing e spam.