Open Source: filosofia spiccia o modello imprenditoriale?

In un recente articolo apparso su Punto Informatico è stato presentata una ricerca effettuata dal TeDis in cui si dichiarava che il modello Open Source dimostrava di essere economicamente valido e maturo per progetti imprenditoriali anche in Italia.

L’articolo ha ottenuto sul quotidiano d’informazione on-line una sequela di commenti molti dei quali decisamente lontani dai temi trattati e nella maggior parte dei casi identificativi dell’ignoranza diffusa su una realtà di mercato esistente ormai da molti anni quasi quanto l’articolo stesso.

Il pezzo in se, mi dispiace scriverlo, ma da addito più che altro a critiche, non per il contenuto, ma per il modo semplicistico e riduttivo di proporlo: sembra quasi che nel nostro Paese solo adesso il modello Open Source abbiadato un qualche frutto, quando invece, da anni intere aziende sono entrate a far parte di ciò che rende questo approccio alla distribuzione ed al lavoro collaborativo un cardine economico dell’informatica moderna: l’indotto.

I commenti, in linea con un giornale on-line di massa, sono più che altro molto poco tecnici e molto poco scritti da chi nel settore ci lavora e che conosce certe realtà (dimostrazione che non è vero che Internet è usata principalmente per lavoro e che l’utenza domestica ha più voce di quella professionale). (Continua a leggere…)

Dell’arte, dei musei e della legge.

Vi siete mai domandati se si possano pubblicare sui siti le fotografie di quadri del secolo scorso oppure di statue romane? Vi siete mai chiesti che fine fanno le opere d’arte trafugate all’estero che rientrano nel nostro paese?

Nell’articolo apparso venerdì 21 dicembre su Punto Informatico di Spinelli, si descrive brillantemente un problema generato da uno dei regali lasciatici dal fu Ministro Urbani e che, a quanto pare, non dispiaccia affatto nemmeno all’attuale vicepremier Rutelli nella sua veste di Ministro per i Beni e le attività culturali.

Per farla breve, il “Codice dei beni culturali e del paesaggio” è un documento che, collegandosi ad altre leggi italiane, stabilisce i metodi adottati dallo Stato e dai suoi delegati (enti museali, ma anche geografici) per la tutela, salvaguardia e valorizzazione del patrimonio artistico nazionale.

Il Codice Urbani (chiamiamolo così), è un po’ come altre leggi del precedente governo di centro destra una soluzione frettolosa, nella sostanza ottima e dai nobili principi, ma nei fatti contraddittoria e curiosa.

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