Il diritto d’autore e le patate

Venerdì su Punto-Informatico è stato pubblicato un lungo articolo su una frase di Charlie McCreevy sulla necessità di allargare i tempi di decadimento del diritto d’autore sulle opere musicali per un arco di tempo sufficientemente ampio per coprire la vita degli autori musicali, soprattutto quelli più sconosciuti, e garantire loro così di poter godere delle royalties anche in età avanzata e sopperire così ai mancati entroiti pensionistici.

L’amarezza non mi è venuta a causa dell’articolo, anche se si potrebbero fare tante riflessioni, ma sulla natura dei commenti lasciati dai lettori che francamente m’hanno dato la precisa misura di che valore viene dato ai lavori così detti “creativi”.

In buona sostanza, oltre all’inneggiare al Peer-To-Peer selvaggio (invettiva obbligatoria quando si tratta di diritto d’autore…) la maggior parte delle opinioni verteva su due argomenti fondamentali:

  1. L’immoralità di guadagnare anche in vecchiaia su un lavoro fatto in gioventù.
  2. La vergognosa idea che delle persone possano pretendere di avere una pensione avendo fatto in vita un “finto” lavoro.

In buona sostanza per quasi tutti quelli che hanno commentato gli articoli un compositore od un musicista non lavora, gioca ed in virtù di questo non c’è niente di male a rubare il frutto del suo “divertimento” per appagare un proprio piacere personale. In somma “ma vai a lavorar barbun!”

L’impressione è che per chi ha letto la notizia l’autore del motivetto del loro programma televisivo è un debosciato perditempo ed è già scandaloso che gli venga retribuita una cosa del genere e che il loro cantautore preferito già che c’è potrebbe pure regalarla la musica che fa, tanto gliela ruberebbero lo stesso, visto che quello non è un lavoro…

Ma mi domando: questi signori quando passano davanti ad un  falegname od al restauratore si portano via qualcosa senza pagarlo?

Dalla lettura dei commenti si parla di diritto d’autore e soprattutto (ma questo molti di coloro che hanno scritto non  l’hanno capito) di opera dell’ingegno come di una compravendita dal fruttivendolo di un chilo di patate

La convinzione che emerge è che il riconoscimento delle royalties sul diritto d’autore sia un furto, un danno per la collettività perché le opere dell’ingegno non sono di chi ce le ha, ma di chi ne vuole fruire: cioè l’esatto contrario del principio sancito proprio dalle leggi sul diritto d’autore e sulla proprietà delle opere d’ingegno.

Mi domando se chi esprime questi giudizi si sia mai visto rubare il risultato di anni di studio e di lavoro… probabilmente no.