Giornali on-line: gratis o a pagamento?
Il mondo del giornalismo si sta domandando da mesi, ormai, quale sarà il proprio futuro, ora che Internet ha raggiunto una tale diffusione da essere un mezzo di comunicazione anche in quelle nazioni che fino a non molto tempo fa, erano praticamente escluse anche dalle statistiche d’uso e connettività.
Presa tra due fuochi in quasi tutto l’Occidente, la Carta Stampata si è vista sempre più ridurre il numero dei lettori a scapito della libera diffusione delle notizie sul web. Va detto che fin dagli albori della diffusione pubblica, l’informazione on-line ha sempre avuto un particolare punto debole nell’identificazione qualitativa delle fonti: di fatto la possibilità che chiunque potesse scrivere qualsiasi cosa, rendeva dubbie determinate notizie. Al giorno d’oggi però, questo problema sembra sempre più spesso superato dalla presenza on-line di nomi classici e blasonati del giornalismo e della divulgazione, che nella corsa all’aggiornamento non si sono voluti far sfuggire un’occasione di intaccare un nuovo mercato (anche se, a voler proprio essere sinceri, non sembrassero crederci troppo…).
Recentemente a far parlare di sé ci sono stati anche alcuni rappresentanti delle piccole e medie società pubblicitarie, che si sono viste decurtare parte dei loro entroiti dalla sempre più frequente scelta da parte della clientela di sistemi pubblicitari di advertising on-line, in primis Google AdSense/AdWords. In coda a queste preoccupazioni si sono riuniti tutti quegli editori cartacei che temono di non aumentare o di non generare abbastanza profitti: il dubbio è che regalare notizie non sia redditizio quanto venderle e che regalandole on-line non si riesca più a venderle su carta, con i relativi danni economici che s’ingenerano.
Il New York Times prova per la seconda volta la strada del pay per read: già nel 2005 aveva tentato proponendo sotto la dizione di “Times Select” una parte dei contenuti a pagamento, ma il progetto venne sospeso definitivamente nel 2007 per il poco successo ottenuto dall’operazione.
Sull’argomento si sono cimentati in tanti da Rupert Murdoch che recentemente ha espresso un’opinione stroncante sul sistema dell’informazione on-line gratuita, al nostrano Luigi Canali De Rossi, che invece ha proposto una bella intervista a Alan Murrey per dimostrare come questo modello di bussiness sia redditizio.
In Italia tutti i quotidiani hanno una controparte on-line che propone o ripropone i contenuti della versione stampata, ma con modalità diverse l’una dall’altra. Se da una parte abbiamo Il Giornale che riproduce la versione stampata (ma in alcuni casi con pezzi in versione ridotta) degli articoli dell’edizione odierna, dall’altra c’è Il Sole 24 Ore che propone una parte dei suoi contenuti on-line con un abbonamento e pubblica articoli in forma ridotta. Esistono anche altre formule, come quella pienamente gratuita di Quotidiano.NET (versione on-line de Il Resto del Carlino/La Nazione/Il Giorno) al tabloid di gossip on-line Dagospia integralmente a pagamento.
Ma cosa rende di più?
Credo che qui siamo di fronte ad un enigma di difficile soluzione: di esempi di successo d’informazione gratuita ce ne sono tanti, ad esempio il famoso Huffington Post che è riuscito a diventare azienda leader negli Stati Uniti partendo dal nulla in pochi mesi e con ampi margini di guadagno. Di esempi di fallimento ce ne sono altrettanti, ma anche soluzioni ibride hanno avuto successi e fallimenti. Indubbiamente Il Sole 24 Ore che da noi copre un arco vastissimo di media (dalla carta alla TV, passando per il web e la radio) è sinonimo di successo anche quando chiede soldi per avere accesso ad una parte dei contenuti. Meno successo lo ottengono, con lo stesso sistema, alcuni giornali generalistici.
Sebra quindi che non è affatto facile stabilire quale delle due strade sia la migliore: la cosa non è strana, anzi, si spiega facilmente.
Target, analisi di mercato e qualità dei contenuti.
Un simile andamento dei risultati, discordante ed altalenante può facilmente essere spiegato da un semplice errore di valutazione: gli editori ritengono tutti di fornire un’informazione di qualità e di avere un bacino d’utenza sufficientemente fidelizzato da essere disposto a pagare un abbonamento costante per accedere a quelle informazioni che prima ricevevano gratuitamente. Nel caso del New York Times il raggionamento è stato quelo di basarsi su una statistica di 13 milioni di visite al mese e di proporre un abbonamento di 2,5 dollari al mese per accedere alle informazioni quotidiante. Una cifra piccola, ma quanti saranno di fatto disponibili a pagare tutti i mesi?
Se l’avertising insegna qualcosa è che se una normale pubblicità su carta comporta un rapporto di 1:3 di assimilazione del messaggio, su internet il rapporto scende ad 1:10. Applicando il raggionamento al Times, dovremmo dire che almento 1,3 milioni di utenti saranno disponibili a spendere 2,5 dollari al mese (anche se temo saranno decisamente di meno) facendo entroitare all’editore 3,25 milioni di dollari tutti i mesi.
A questo punto la domanda che si porranno i visitatori del sito sarà “vale la pena pagare per leggere questi articoli”?
E’ su questo che i quotidiani si dovranno confrontare: il fatto che da generazioni stampino un giornale che veniva abitualmente comprato non significa che il contenuto di quel giornale abbia reale valore agli occhi di chi lo compra. Finché l’unico modo di acquisire l’informazione era pagare un giornale cartaceo, l’editore non si doveva porre il problema, ma la radio prima e la TV dopo hanno intaccato già il bacino d’utenza che magari cercava notizie rapide e non approfondite o che erano più inclini ad un approfondimento non filtrato totalmente dalla redazione (pensiamo ad una tavola rotonda in diretta dove è possibile vedere la reazione immediata del politico ad una specifica battuta o domanda). Internet ha ulteriormente posto l’accento sull’idea di informazione partecipata: un video su YouTube od un articolo di Repubblica o dell’Huffington Post possono essere commentati dagli utenti. Su un quotidiano cartaceo, questo non può avvenire: si può scrivere una lettera al direttore, auspicando che verrà pubblicata senza tagli.
Dunque far pagare i contenuti darà risultati se quei contenuti meritano di essere pagati. un buon esempio può essere la politica appunto de Il Sole 24 Ore, dove solo alcuni contenuti sono accessibili a pagamento, e va ammesso che sono proprio gli approfondimenti o le notizie o i servizi di maggior interesse per l’utente che voglia avere dettagliate notizie, soprattutto in campo economico, commerciale e giuridico. La scelta è stata dunque fatta in base all’analisi del target, il quale un po’ per curiosità un po’ per bisogno è effettivamente disponibile a pagare per integrare le notizie gratuite, ma anche per avere delle informazioni che l’editore non pubblica neanche sulla sua versione cartacea.
Altro discorso è per i giornali così detti “generalisti” che trattano di tutto un po’. C’è da domandarsi seriamente cosa dovrebbe spingere una persona a pagare per avere magari un pezzo on-line di 300-400 parole privo di ogni sorta di apporfondimenti, quando già una velina al giorno d’oggi è in grado di dare di più, e magari senza nessun servizio aggiunto di approfondimento o senza nessuna possibilità di esprimere un’opinione.
La qualità cos’è?
Tempo fa, parlando con amici, mi è stato detto che un articolo pubblicato da un grande giornale nazionale non può non essere considerato di qualità. Ho obbiettato che su alcuni giornali nazionali si leggono spesso delle castronerie allucinanti.
Sta passando il messaggio che la qualità la fa il nome della testata, se non addirittura l’area politica di appartenenza dell’editore: è come dire che un’auto FIAT non può che essere perfetta perché è una casa automobilistica storica e famosa. E la Duna? Stessa cosa si può dire di un giornale. Diverso è il discorso magari per la firma di chi scrive l’articolo, ma anche in quel caso, ci possono essere articoli di vario livello (i giornalisti sono comuni esseri umani ed errano anche loro, anche quando diventano famosi).
Se prendiamo sempre ad esempio la scelta de Il Sole 24 Ore (ibrida), l’editore opta per rendere a pagamento non tanto gli articoli quanto i servizi integrativi d’approfondimento (statistiche, tabelle, dossier, servizi di analisi e ricerca avanzati) divisi anche tra quelli direttamente a pagamento e quelli rivolti ai soli abbonati, ma senza scordare quelli gratuiti, per attrarre l’attenzione. Non viene detto “questo articolo ha più qualità di quest’altro”, ma si parte da un punto di vista diverso: “la nostra redazione, che è di qualità, ti propone del materiale integrativo per accrescere la tua conoscenza sull’argomento, a pagamento”. Se al lettore interessa, pagherà, altrimenti s’accontenterà della notizia non approfondita.
E’ una soluzione valida per tutti? Non credo: funziona per Il Sole 24 Ore, ma potrebbe non funzionare per altri giornali. Sicuramente credo che sia difficilmente adattabile ad un giornale generalista. Mrs. Huffington però è l’incarnazione del generalista on-line per antonomasia: l’ampio riscontro e gli ottimi margini di guadagno con il solo advertising dimostrano che la sua formula funziona. Notizie (valide e buone), commenti ed articoli pubblicistici in un mix interessantissimo che per certi versi ricorda il nostrano Quotidiano.NET, altro esempio di successo su Internet.
Mercato globale, competitivo ed aperto.
In definitiva una soluzione non c’è: ci sono tante soluzioni. Sfortunatamente siamo abituati a ritenere che ci debba essere per ogni domanda una ed una sola risposta, mentre la globalizzazione informatica ha dimostrato che ci possono essere più soluzioni, tutte valide, ad un medesimo problema. E’ in quest’ottica che negli ultimi vent’anni si è fatto taanto per avere mercati aperti, proprio per permettere a tutti di individuare la propria via d’uscita da problematiche comuni. E così non è vero che l’editoria mondiale dovrà scegliere se regalare o far pagare tutti i contenuti, ma potrà ogni singola testata scegliere in base al proprio pubblico abituale, individuando magari una forma ibrida o puntando su una qualunque quarta posizione indipendente, ma vincente.
Siamo in una situazione in cui i dinosauri si sono estinti ed ora per i mammiferi l’unica cosa da fare è scegliersi la propria nicchia ecologica, così da sopravvivere tutti. Internet potrebbe diventare un grande arcipelago darwiniano dove i quotidiani sono tutti simili tra loro, ma con quel poco di differenza che gli carantisce la vittoria per il futuro.
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Comments (1) — 10 luglio 2009 @ 19:15 — Claudio Lippi
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