Dell’arte, dei musei e della legge.

Vi siete mai domandati se si possano pubblicare sui siti le fotografie di quadri del secolo scorso oppure di statue romane? Vi siete mai chiesti che fine fanno le opere d’arte trafugate all’estero che rientrano nel nostro paese?

Nell’articolo apparso venerdì 21 dicembre su Punto Informatico di Spinelli, si descrive brillantemente un problema generato da uno dei regali lasciatici dal fu Ministro Urbani e che, a quanto pare, non dispiaccia affatto nemmeno all’attuale vicepremier Rutelli nella sua veste di Ministro per i Beni e le attività culturali.

Per farla breve, il “Codice dei beni culturali e del paesaggio” è un documento che, collegandosi ad altre leggi italiane, stabilisce i metodi adottati dallo Stato e dai suoi delegati (enti museali, ma anche geografici) per la tutela, salvaguardia e valorizzazione del patrimonio artistico nazionale.

Il Codice Urbani (chiamiamolo così), è un po’ come altre leggi del precedente governo di centro destra una soluzione frettolosa, nella sostanza ottima e dai nobili principi, ma nei fatti contraddittoria e curiosa.

Proteggere, valorizzare, incassare.
All’art. 2 comma 4 dichiara “I beni del patrimonio culturale di appartenenza pubblica sono destinati alla fruizione della collettività, compatibilmente con le esigenze di uso istituzionale e sempre che non vi ostino ragioni di tutela”. La tutela è intesa come garanzia nella protezione e conservazione ai fini di pubblica fruizione (art. 3).

L’art. 6 afferma:
“1. La valorizzazione consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso. Essa comprende anche la promozione ed il sostegno degli interventi di conservazione del patrimonio culturale.
2. La valorizzazione e’ attuata in forme compatibili con la tutela e tali da non pregiudicarne le esigenze.
3. La Repubblica favorisce e sostiene la partecipazione dei soggetti privati, singoli o associati, alla valorizzazione del patrimonio culturale.”

Ora, dopo aver letto tutti questi bei propositi, vi starete chiedendo dov’è il problema.
Di problemi in Italia ce ne sono sempre tanti e essendo la nostra repubblica basata sul lavoro, nessuna legge viene scritta se non possa creare un indotto: ed in primis, gli stipendi per la categoria dei burocrati e tutto il complesso macchinario economico che ruota intorno ad essi. Ecco perché anche questa legge, genera una serie di impedimenti proprio alla fruizione pubblica delle opere d’arte, che obbliga chi voglia aggirarla ad una complessa, inutile (ma sicuramente costosa) trafila per poter pubblicare su un sito internet o un giornale o un qualsivoglia mezzo di comunicazione una miserevole immagine di un qualsiasi quadro, statua od insulso coccio etrusco di proprietà pubblica.

Insomma siccome “L’esercizio delle funzioni di tutela si esplica anche attraverso provvedimenti volti a conformare e regolare diritti e comportamenti inerenti al patrimonio culturale”, al Ministero (vecchio e nuovo) ritengono doveroso richiedere una gabella o meglio, un canone ed anche una cauzione per le riproduzioni.
Non esiste una specifica descrizione nella legge per il termine “riproduzioni”: potrebbero essere dei calchi, delle copie di statue, fotografie o stampe. Oltre a quanto citato nell’articolo 108, il successivo art. 109 specifica che “Qualora la concessione abbia ad oggetto la riproduzione di beni culturali per fini di raccolta e catalogo di immagini fotografiche e di riprese in genere, il provvedimento concessorio prescrive:
a) il deposito del doppio originale di ogni ripresa o fotografia;
b) la restituzione, dopo l’uso, del fotocolor originale con relativo codice.”

Il successivo art. 110 ci racconta, invece, come ci si spartiscono i proventi di dette riproduzioni.

Stabilito che lo Stato tutela i beni e ne garantisce la fruibilità, ma per riprodurne una immagine di uno qualunque di essi, chiede in cambio del denaro, il nostro Codice Urbani afferma anche che uno degli scopi principali della legge è la valorizzazione del bene ed afferma all’art. 111: “1. Le attività di valorizzazione dei beni culturali consistono nella costituzione ed organizzazione stabile di risorse, strutture o reti, ovvero nella messa a disposizione di competenze tecniche o risorse finanziarie o strumentali, finalizzate all’esercizio delle funzioni ed al perseguimento delle finalità indicate all’articolo 6. A tali attività possono concorrere, cooperare o partecipare soggetti privati.
2. La valorizzazione e’ ad iniziativa pubblica o privata.
3. La valorizzazione ad iniziativa pubblica si conforma ai principi di libertà di partecipazione, pluralità dei soggetti, continuità di esercizio, parità di trattamento, economicità e trasparenza della gestione.
4. La valorizzazione ad iniziativa privata e’ attività socialmente utile e ne e’ riconosciuta la finalità di solidarietà sociale.”

Ma allora, come spiega il Ministero, che in realtà gruppi privi di scopi di lucro che hanno una visibilità mondiale, come ad esempio la fondazione WikiMedia, non hanno il permesso di pubblicare immagini di opere, quadri e statue?

Al ministero credono davvero che sia un danno distribuire su internet immagini di opere d’arte conservate nei nostri musei? Viene forse leso il diritto della collettività di fruire di tali opere mostrando sulla Wikipedia uno Schifano o un busto di Cesare o la vera statua del Marc’Aurelio?

Oppure, la verità è che la gabella fa più gola del rispetto per l’arte e la cultura?

Una mostra al Quirinale e poi l’oblio.
Dopo aver rimuginato sulla gola dei burocrati mi soffermo su un altro male dell’arte nazionale: i depositi dei musei ed i cocci etruschi.
Da venerdì 21 dicembre 2007 a domenica 2 marzo 2008, presso il Quirinale saranno esposti sessantotto manufatti d’epoca romana, greco-romana ed etrusca precedentemente conservati in mostre permanenti di prestigiosi musei e gallerie del mondo, e che sono stati fatti rientrare in Italia in quanto opere d’arte trafugate od importate illegalmente nei paesi che ce le restituiscono (per la felicità del Codice Urbani).
Verranno anche esposti gratuitamente. Ma poi? Che fine faranno?

Non è tanto per polemica, ma da noi, in Italia, tutti i musei asseriscono di essere già pieni di opere e di non riuscire per mancanza di spazi a mostrarle tutte.

Capisco il voler recuperare opere rubate, ma parliamoci chiaro: finché un coccio è esposto al Metropolita Museum, è pur sempre esposto (ed anche in una bella cornice di lusso). Da noi, se il coccio in questione è fortunato, lo ficcheranno dentro una scatola in un ambiente climatizzato e diventerà un codice su un registro. Chi lo vede più?

Posso capire che avendo voluto fare i virtuosi con l’obelisco di Axum, adesso si voglia ottenere un rientro d’immagine, ma francamente temo che i cocci in questione per quanto belli ed importanti stavano meglio a New York che nei “patri dimenticatoi”.

Il dubbio di simili operazioni è che l’unico servigio allo Stato è quello di bilancio: i cocci qualcosa la varranno…

E le opere trafugate in mano alle collezioni private (tutti i veri “cattivi” dei film di spionaggio collezionano opere d’arte…)?
Anche quelli talvolta si riescono a recuperare e vengono prontamente mostrate a frotte di giornalisti e poi dopo le foto di rito (a norma del succitato Codice Urbani), vengono imballate in belle scatole per ambienti climatizzati.

A voler esser cattivi, si potrebbe anche pensare che almeno, prima, qualcuno se le godeva.

Il problema vero è che una nazione come la nostra possiede un numero imprecisato di opere, di tutte le epoche, ed in realtà non tutte hanno un particolare valore, sia storico che culturale. Ciò nonostante, nel momento in cui lo Stato decide di entrarne in possesso, non può essere solo per scopi di cassa: se le opere d’arte devono essere fruite da tutti e devono essere valorizzate, è compito dello Stato assolvere a questo compito.

Ovviamente non possiamo riempirci di musei e gallerie per fornire venti centimetri di teca ad ogni bucchero: sarebbe una follia. Ma cosa impedisce all’Italia di dotarsi di un archivio d’immagini fotografiche o di rilievi 3D accessibile a tutti? Non sarebbe un metodo per mostrare l’intero patrimonio e renderlo disponibile a curiosi, appassionati e ricercatori?
Possibile che lo scopo principe della nostra nazione nei confronti dell’arte siano le royalties o le voci di bilancio?

Forse un po’ sconsolato a pensare che il Marc’Aurelio serve più al piacere del debito pubblico che a quello dello spirito e consolandomi che almeno i monumenti romani all’aperto si possono fotografare in santa pace, perché l’architetto è morto e sepolto da più di settant’anni, crogiolandomi del fatto che Pomodoro non è uno dei miei artisti preferiti e che il Pirellone sarà l’unico grattacielo d’Italia, ma non è uno dei lavori più belli di Gio Ponti, mi guardo sulla cartina in quale museo “non-nazionale” e gratuito entrare per vedere belle opere d’arte: Roma ne è piena e se vorrò scattar una foto ad un opera, mi basterà bussar alla porta del “direttore”: la sacrestia…