Conclusa l’avventura di Italia.it

E' morto Italia.itL’intricata vicenda di Italia.it, il portale che nelle idee del precedente governo di centro destra, doveva promuovere il turismo nel nostro Paese, è definitivamente giunta ad una conclusione. Sfortunatamente alla peggiore: la chiusura del portale.
Francamente la soluzione, dopo un bilancio che ha comportato una gara d’appalto internazionale, polemiche durate due anni e l’esborso dalle casse pubbliche di 5,8 milioni di euro (cioè circa 12 miliardi di vecchie lire), è clamoroso e lascia l’amaro in bocca.

Questo progetto nasce subito male, si sviluppa peggio e si è concluso nella maniera più dannosa per gli italiani.
Facciamo un po’ di chiarimento sulla storia di Italia.it.

Il governo Berlusconi decide circa due anni fa che, come promozione per il settore turistico italiano, debba essere creato un portale web nazionale che permetta di trovare notizie, informazioni, servizi, contatti ed itinerari per tutti coloro che vogliono visitare l’Italia, dall’esterno ed anche nazionalmente.
Portali di questo tipo sono stati in passato già realizzati da altre Nazioni con lo stesso scopo.
L’idea di base è quella di sfruttare le nuove tecnologie per fornire un servizio moderno e completo e creare un brand che sia identificabile immediatamente e che sintetizzi le caratteristiche del nostro Paese nel mondo.

Fin qui nulla di male, tutt’altro.
Viene indetta, come previsto dalla normativa vigente in fatto di libertà del mercato, un concorso internazionale, al quale partecipano molti studi di design, provenienti un po’ da tutto il mondo. A vincere la gara d’appalto risulta essere un progetto realizzato congiuntamente da una società italiana e da uno studio grafico statunitense.

La vicenda, però, inizia subito a prendere una strana piega, tipicamente italiana: non si riesce pubblicamente a sapere, fin da subito, quale cifra sia stata stanziata per la realizzazione del progetto. Si parla di 20, 30 milioni di euro, fino al punto che alcune indiscrezioni arrivano ad affermare che il costo totale sarebbe andato ad ammontare addirittura alla spropositata cifra di 60 milioni di euro.
Solo dopo mesi, e soprattutto solo dopo che i lavoro sono stati appaltati e che il progetto è entrato in sviluppo, si scopre che, probabilmente (la certezza ancora oggi non c’è), sarebbero stati stanziati 45 milioni di euro da pagare nei successivi 4 anni di vita del portale.

Un altro punto lasciato in sospeso è la provenienza dei contenuti. Secondo il progetto, tutti i contenuti vanno forniti dal committente, lo Stato, il quale demanda gli organi amministrativi periferici, le regioni, di farsi carico della raccolta dei dati e del relativo invio al pool di sviluppo.
Questa modalità di raccolta delle informazioni necessarie si dimostrerà altamente fallimentare: i dati forniti sono lacunosi, imprecisi, spesso sbagliati. Ci si deve aggiungere anche il fatto che, non avendo, a quanto risulta, ricevuto delle linee guida precise, ogni regione ha fornito in modi e tempi differenti questi dati agli sviluppatori.
Non solo: il pool di sviluppo aggiunge alle lacune del materiale, anche errori dovuti al mancato controllo sulle ridondanze e le coincidenze. Un esempio fu rilevato dalla trasmissione televisiva Striscia la notizia, la quale fece notare come località con lo stesso nome, ma ubicate in regioni differenti, venissero confuse ed indicizzate nella regione sbagliata, o i dati dell’una venissero sovrapposti con quelle dell’altra.
La segnalazione televisiva, spinse gli sviluppatori a correre ad alcuni “ripari”. Oltre alle correzioni di rito, venne inserita in fondo al portale una nota che recitava testualmente “I contenuti relativi alle destinazioni turistiche sono attualmente in fase di verifica, implementazione e validazione a cura delle singole Amministrazioni Regionali”. Sostanzialmente, lavandosene le mani.

Brand originale di Italia.itIn primis, grosso stupore fece il brand sviluppato dal designer statunitense.
Questo marchio avrebbe dovuto, negli intenti del committente (lo Stato italiano), rappresentare l’Italia nel mondo: il designer ritenne identificativo dell’Italia una semplice scritta costituita da vari caratteri tipografici e da una “t” dalla forma particolarmente curiosa, oltre ad avere i colori della nostra bandiera.

Il risultato fu dei peggiori: un guazzabuglio difficilmente identificabile con la nostra Nazione, se non per il fatto che rappresentasse semplicemente la scritta “italia” e perché aveva in parte la livrea del nostro tricolore. La scritta è tutta nera esclusa la “t”, verde, ed il punto della prima “i”, rosso. Vennero scelti due caratteri: Bodoni per la prima “i” e Century Gothic per le “a”. La “l” e la seconda “i” sono realizzate con semplici rette e non appartengono ad alcuna collezione di fonti.
La “t” è stata appositamente disegnata ed ha una forma imprecisata, che ha solo attirato grandi critiche e battute goliardiche.
Il brand in questione veniva proposto in due varianti, entrambe rigorosamente su fondo bianco: una con il logotipo completo e l’altra con il logotipo ridotto alle prime due lettere (le peggiori).
Dell’intero impianto, solo la scelta del carattere Bodoni, sembra avere una certa attinenza con il nostro Paese, oltre alla mediocre idea d’impiegare i colori nazionali.

Il brand e le lacune nei contenuti, sollevarono un polverone. E spinsero comitati spontanei, blogger ed associazioni di consumatori a volerci vedere chiaro in questa faccenda. L’occasione sembrò venire al domani delle elezioni.
Il portale Italia.it dipendeva dal Dipartimento delle Innovazioni e delle Tecnologie del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. A coprire questo dicastero fu nominato, ad interim, il vicepresidente del Consiglio dei Ministri, On. Francesco Rutelli, ex sindaco di Roma.

La situazione, anziché chiarirsi, precipitò e nell’arco di pochi mesi si è arrivati alla situazione attuale.
Le fasi sono due: la prima riguarda le decisioni puramente ministeriali sul futuro del portale; la seconda riguarda l’occultamento dei costi approntati.

Gli eventi:

  • 16 marzo 2007 - Dopo gli scandali generati dal portale, e soprattutto, sulla spinta di iniziative come il blog Scandaloitaliano, che monitora il progetto Italia.it, si forma un gruppo di utenti del web che costituiscono un progetto, Ritalia, per cercare di individuare delle soluzioni per salvare il portale.
  • 2 maggio 2007 – Dal blog Scandaloitaliano, parte una petizione on-line per chiedere numi riguardo agli effettivi costi del progetto. Il Ministero adduce un vizio di forma sulla presentazione della domanda e nega i bilanci. A questo punto la palla passa all’associazione Generazione Attiva, la stessa che era riuscita ad ottenere la sospensione dei costi di ricarica per le prepagate dei cellulari, che raccoglie la petizione e ripresenta la domanda con le debite modifiche e correzioni. Risposta del Ministero: “A seguito dell’esame della domanda, la commissione ha concluso, con un motivato parere, che la domanda di accesso, come formulata da codesta Associazione, “…non rientra tra i diritti specifici dei consumatori…in quanto finalizzata genericamente a conoscere i costi della pubblica amministrazione, in funzione di un generico ed indistinto interesse al contenimento della spesa pubblica”.
    Pertanto, conformemente alla pronuncia della Commissioni, si porta a conoscenza che la prodotta richiesta di accesso non può essere accolta”.
  • 15 ottobre 2007 – Secondo un articolo pubblicato dal Sole 24 Ore, il vicepremier ha incaricato la Procura generale presso la Corte dei Conti del Lazio di verificare gli eventuali danni per l’erario derivanti dal caso.
  • 18 ottobre 2007L’On. Francesco Rutelli, dopo aver dichiarato pochi mesi prima che avrebbe fatto diventare il progetto del suo predecessore, l’On. Lucio Stanca, il fiore all’occhiello della sua amministrazione ministeriale, afferma che se il sito non dovesse cambiare, è pronto a farlo chiudere. Questa posizione, ovviamente, solleva l’indignazione soprattutto degli utenti della rete e degli addetti del settore che avevano tentato di salvare il salvabile.
  • 26 ottobre 2007 – L’On. Rutelli, durante una seduta parlamentare, interrogato sull’argomento, afferma che il suo Ministero ed il Dipartimento del Turismo non hanno responsabilità e che non sono stati stanziati soldi da presente governo per il Finanziamento del progetto. Secondo il vicepresidente del Consiglio, la responsabilità è da attribuire esclusivamente al Dipaartimento di Sviluppo ed Innovazione e in particolar modo all’agenzia (governativa) Sviluppo Italia.
  • 19 gennaio 2008 – La conclusione: il sito web Italia.it è irraggiungibile. Il capo redattore Luca Palamara, in una e-mail alla Stampa, dichiara: «Volevo comunicarle la situazione paradossale in cui versa il portale in questo momento. Questo è sempre in bilico tra la chiusura ed il rilancio, tra il passaggio all’Enit ed il prolungamento del contratto con il vecchio Rti a causa del rimpallo di non-decisioni che rischiano di mandare definitivamente all’aria un investimento cospicuo (pari a circa 5 milione e ottocentomila euro). Il portale è ancora online grazie anche al lavoro gratuito della redazione, anche se formalmente è stato dichiarato chiuso da un paio di mesi (ironia della sorte, nell’ultimo mese sono aumentati anche gli accessi). Ma intanto nessuno decide: classico esempio di bizantinismo politico di stampo kafkiano che in Italia produce continuamente delitti reati e sperperi senza arrivare mai a determinare colpevoli e cause. Le Regioni sono adesso fortemente interessate al contributo promesso per il portale e quindi sono passate dalla fase di rifiuto di un anno fa ad una di adesione, attiva partecipazione e promozione per la sopravvivienza del portale stesso. Ma ovviamente le risposte non arrivano perchè nessuno vuole prendersi la responsabilità e i quasi 6 milioni spesi fino ad adesso saranno a breve l’unica eredità visibile di tutta questa assurda vicenda».

L’avventura d’Italia.it s’è conclusa, ed anche in maniera piuttosto degradante per un sito web: “Network Access Message: The page cannot be displayed“.
Immaginiamo un futuro di rimbalzi di responsabilità ed accuse tra Ministero, Sviluppo Italia S.p.A. e redazione del portale. Sicuramente quanti sono i soldi spesi non lo sapremo mai veramente, come non sapremo quali sono state le voci di bilancio che hanno assorbito circa 6 milioni di euro.

Denaro pubblico, per un progetto che sulla carta poteva anche essere buono, ma che di fatto si è dimostrato solo una speculazione economica.

Per dettagli e riferimenti:

  1. Articolo su LA STAMPA.it
  2. Il sito del progetto Ritalia
  3. Il blog Scandaloitaliano
  4. Una cronologia degli eventi
  5. Le richieste dell’associazione Generazione Attiva
  6. Risposta ufficiale del Dipartimento dell’Innovazione e dello Sviluppo a Generazione Attiva
  7. La scheda del dominio italia.it sul database WHOIS del ccTLD.it

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